Giornata nazionale dell'ipersensibilità
Questa giornata è l'occasione per rivalutare l'ipersensibilità. Lanciata da Saverio Tomasella, permette di informare meglio i dirigenti sulle caratteristiche e sulle modalità dell'ipersensibilità. Le persone ipersensibili rappresentano un quarto della popolazione: in Francia sarebbero quasi 10 milioni. È quindi ormai necessario rendere conto dei problemi specifici delle persone ipersensibili e del loro posto nella società.
Le informazioni essenziali
- L'ipersensibilità non è una patologia: assente dal DSM, è un tratto caratteriale, da non confondere con ansia, depressione o ADHD.
- Non dipende dal genere: uomini e donne provano altrettante emozioni, nonostante gli stereotipi sulla virilità.
- Il cervello ipersensibile elabora le informazioni sensoriali in modo più intenso, senza che i sensi siano più performanti della media.
- Lavorare sulla propria autostima o seguire una terapia (TCC, ipnosi, EMDR, VRET) aiuta a vivere meglio la propria ipersensibilità.
1. ESSERE IPERSENSIBILI IN QUESTO MONDO
Una delle maggiori difficoltà incontrate dalle persone ipersensibili è lo sguardo carico di giudizio rivolto verso di loro.
Delicato, debole, sensibile, piagnucolone… Il vocabolario utilizzato attorno a questa parola mostra bene il punto di vista freddo che la società può avere nei confronti dell'espressione emotiva.
Dal 2019 il termine ipersensibile fa discutere, implicando una deresponsabilizzazione dal senso di colpa e una sensibilizzazione ai valori emotivi che le persone possono attribuire a sé stesse e/o alle persone che le circondano.
"Chi sono? Perché sono così? Sono normale?"…
Tutti questi interrogativi implicano che è fondamentale rendersi conto che queste domande non nascono dal tratto caratteriale in questione, ma dall'immagine rimandata dalla società in generale. In fondo, al di là della difficoltà di vivere con questo eccesso emotivo, è il giudizio degli altri, e quindi il giudizio su sé stessi, a pesare.
Proteggersi dallo sguardo degli altri, imparare a liberarsi dell'immagine sociale imposta è uno dei primi passi verso l'accettazione di sé e quindi verso un modo migliore di vivere la propria ipersensibilità.
2. NON È UNA PATOLOGIA
Ha letto bene. L'ipersensibilità non è specificata nel DSM perché non è una malattia, non è patologica: è a tutti gli effetti un tratto caratteriale.
Helen Aaron parla di “temperamento”, ma molti altri psicologi cominciano a essere in disaccordo e quindi a decostruire le idee di quest'ultima, che sembrano piuttosto traballanti e contraddittorie.
Inoltre, Helen Aaron avrebbe creato un questionario di autovalutazione che non misurerebbe l'ipersensibilità: anche se il titolo suggerisce questa idea, rimane piuttosto basato sulla sensibilità.
Non dimentichiamo che questo questionario è un questionario di autovalutazione, il che implica che l'effetto Barnum sarà indubbiamente presente.
L'effetto Barnum è un bias cognitivo (nonché una tecnica di manipolazione) che porta un individuo a considerare una descrizione generica e vaga di tratti della personalità come se si applicasse precisamente alla propria personalità.
La conseguenza inevitabile di questo questionario piuttosto noto è che persone che soffrono di diverse patologie, difficoltà o disturbi non vengono prese in carico o diagnosticate. Come le fobie, l'ansia, la depressione, un disturbo borderline di personalità, il disturbo bipolare, l'ADHD, ecc., oppure si tralasceranno schemi su cui lavorare come la paura dell'abbandono o persino una dipendenza affettiva nascosta. A livello organico, alcune persone possono avvertire sintomi simili all'ipersensibilità in caso di disturbi del sonno, della tiroide o di un disturbo mestruale che influenza proprio le emozioni.
È quindi importante consultare un professionista e stabilire prima una vera diagnosi.
3. IPERSENSIBILI: NON È UNA QUESTIONE DI GENERE
Comunemente si dice che le donne siano più sensibili degli uomini.
Eppure provare emozioni è proprio dell'essere umano, qualunque sia il suo genere; e lo stesso vale per gli eccessi di emozioni. Purtroppo la sensibilità è associata a un tratto femminile, e non sempre in senso positivo.
Possiamo assicurarle che anche gli uomini sono interessati da questo tratto caratteriale marcato. A causa di una società che impone una “virilità maschile”, il carattere ipersensibile dell'uomo può essere censurato da lui stesso per cercare di confondersi con la massa.
Ciò che conta qui è decostruire gli stereotipi, perché provare emozioni è al centro del funzionamento umano.
4. UN CERVELLO SU DI GIRI?
Nelle persone ipersensibili, le sensazioni e le emozioni sono amplificate. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe supporre, gli organi di senso non hanno facoltà superiori. I suoi cinque sensi sono particolarmente reattivi e sensibili: si tratta più precisamente di un difetto di inibizione (latente) degli stimoli esterni. Lei percepisce stimoli che sfuggono alla maggior parte delle persone ed è persino frequente che le manifestazioni sensoriali provenienti dall'ambiente diventino invasive. Non ha né l'acutezza visiva della lince, né la finezza dell'olfatto di un cane!
La singolarità delle persone ipersensibili deriva da un'elaborazione delle informazioni più efficace e molteplice e da un'attivazione cerebrale più intensa durante le stimolazioni sensoriali. Può divertirsi a scoprire con questo questionario se possiede questo superpotere.
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5. IN CONCLUSIONE: SIA SÉ STESSO/A, E BENEVOLO/A VERSO SÉ STESSO/A
"Ipersensibile o no, non è necessario che questa sia un'etichetta che guida la vita di una persona. Ipersensibile o no, è sempre possibile lavorare sulla propria autostima, sulla propria assertività, sulla comunicazione assertiva, sull'autodeterminazione. L'ipersensibilità non deve essere un fine in sé, non deve essere un freno nella sua vita, ma una forza.
“Sono in ansia perché sono ipersensibile”.
È sempre possibile cambiare le proprie convinzioni per liberarsi da paure e schemi che ci avvelenano la vita.
Un percorso con uno psicologo può portarla verso una vita quotidiana più sana e aiutarla a fare proprio un mantra, un'automotivazione che può durare tutto il tempo che LEI desidera.
Che sia attraverso il rilassamento, l'ipnosi, la meditazione di consapevolezza, l'EMDR o la terapia cognitivo-comportamentale, i mezzi sono molteplici, ma è importante che trovi la terapia alternativa adatta a lei.
La VRET (terapia di esposizione in realtà virtuale) aiuta a esporre la persona progressivamente – e in tutta sicurezza – a diversi tipi di ambienti. Questo le permetterà di lavorare sulle sue difficoltà in virtuo, prima dell'esposizione nella realtà.
Una terapia che vuole essere benefica e rispettosa dell'evoluzione di ciascuno."
FAQ sulla Giornata nazionale dell'ipersensibilità
Perché utilizzare la realtà virtuale nell'ambito della salute mentale?
La realtà virtuale permette un'esposizione graduale e controllata a stimoli ansiogeni, in un contesto sicuro e riproducibile. Favorisce il coinvolgimento del paziente grazie all'immersione e permette al professionista di adattare ogni esercizio alle esigenze specifiche del paziente.
Da quanto tempo esiste?
C2Care sperimenta i suoi software di realtà virtuale presso ospedali dal 2016. Questa collaborazione con il mondo ospedaliero ha permesso di perfezionare progressivamente gli ambienti immersivi proposti, nonché i protocolli di esposizione graduale destinati ai professionisti e ai loro pazienti.
La realtà virtuale può essere pericolosa?
La realtà virtuale può provocare in alcune persone una cybersickness: nausea, disorientamento o affaticamento visivo passeggeri. Questo fenomeno riguarda circa il 10% degli utenti e di solito cessa al termine della seduta. Al di fuori di questo, non è segnalato alcun pericolo particolare.
Quali patologie possono essere trattate mediante la realtà virtuale?
La realtà virtuale è utilizzata per trattare i disturbi d'ansia (fobie, disturbo da stress post-traumatico, disturbi ossessivo-compulsivi), le dipendenze, i disturbi dell'umore e nella riabilitazione cognitiva. La scelta del protocollo dipende dalla diagnosi stabilita in precedenza da un professionista.
Posso avere nausea utilizzando il visore VR?
Alcune persone possono avvertire nausea, un fenomeno chiamato cybersickness, che riguarda circa il 10% degli utenti. Queste sensazioni sono generalmente passeggere e cessano al termine della seduta o dopo una breve pausa.
Chi può utilizzare la realtà virtuale a scopo terapeutico?
Professionisti come psicologi, psichiatri e terapisti occupazionali utilizzano la realtà virtuale nella loro pratica clinica. Viene impiegata all'interno di strutture sanitarie come i CHU, ospedali, cliniche, RSA (residenze per anziani) o centri di riabilitazione.
Ho accesso a tutti gli ambienti?
Sì, tutti gli ambienti proposti da C2Care sono riuniti in un'unica applicazione. Il professionista può così navigare liberamente tra le diverse scene in base alle esigenze di ogni paziente, senza cambiare software.
Chi devo contattare in caso di problemi con il software?
Il servizio tecnico di C2Care è raggiungibile tramite la live chat della sua piattaforma di controllo. In caso di guasto del visore, viene effettuata una diagnosi insieme a lei e, se necessario, il materiale difettoso viene sostituito entro 48 ore.
Autore
C2Care